MUNNE - 'O MUNNO DIFFERENTE

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foto di Matteo Nardone

venerdì 26 aprile 2013

SONO MORTA ANCHE IO - DAL 7 AL 12 MAGGIO TEATRO TORDINONA









 una produzione
ATTO NOMADE

DI E CON
Marzia Ercolani

 
Td IX
TEATRO TORDINONA
Via degli Acquasparta, 16 - Roma
(vicino piazza Navona)

7 - 12 MAGGIO 2013
ORE 21
DOMENICA 12
ORE 17,45

“Tutto l’amore che si era conquistato con tanta fatica a prezzo di rinunciare ad esprimere se stesso non riguardava affatto l’individuo che era in realtà. L’ammirazione per la sua bellezza e per le sue brillanti prestazioni era tributata alla bellezza e alle prestazioni, non al bambino reale”
Alice Miller

“Il seme che siamo è l’unico valore di fede. Se tutti fossimo credenti, non ci sarebbero più croci.”

Si nasce strappando le viscere segrete della propria madre oppure ancor prima? Prima di avere occhi, naso, bocca e gambe, ancor prima di essere generati, scolpiti, pronti ad assumere il proprio ruolo?
Non si può tirar su un bambino. Non è un edificio. Piuttosto è come un albero. Si può preparare il terreno, annaffiarlo, controllare che il sole raggiunga la pianta per poi lasciare che la natura faccia il suo corso. L’educazione sociale invece crea giardini labirinto e uccide voracemente foreste. Come riconoscere, ritrovare e proteggere il seme originario così come era prima che venisse piantato, eco lontana del primo vagito?
Forse svegliandomi nei sogni, ripercorrendo a ritroso antichi respiri intravedo dall’altra parte dello specchio un riflesso. In un pianeta del prima, del mai, del sempre, in un luogo dell’altrove, nel tempo immobile delle fiabe, appare un'anima lunare sospesa in solitaria non morte.
In acque poetiche ritrovo gli esseri della favola di Italia, abbraccio l’eroe iniziatico delle infanzie dei nonni e dei padri di questo bel paese, carezzo il seme con le mani di Turchina stanca di eterno e di verginità, tocco quella buffa bambola che ero nella mia infanzia, deposta sulla sedia dalla bambina per bene disciplinata al quarto comandamento.
In un tempo appeso, in un mondo rovesciato, accolgo le voci intime, il copione sotterraneo, ultraterreno, sacro di profano, il sussurro di una reliquia che non muore mai, di una personale Fetocchia, legnosa lotta per difendere l’essenza selvaggia, perché ogni seme possa fiorire e dare frutti saporiti, non divenire quell’albero morto che è la croce.
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Marzia Ercolani
 


MISE EN ESPACE
Marzia Ercolani

COLLABORAZIONE ARTISTICA
Luigi Acunzo
Fiora Blasi
Alessandra Cristiani
Maria Carolina Rossini


“Tutto l’amore che si era conquistato con tanta fatica a prezzo di rinunciare ad esprimere se stesso non riguardava affatto l’individuo che era in realtà. L’ammirazione per la sua bellezza e per le sue brillanti prestazioni era tributata alla bellezza e alle prestazioni, non al bambino reale” Alice Milller


“Il seme che siamo è l’unico valore di fede. Se tutti fossimo credenti, non ci sarebbero più croci.”

Si nasce strappando le viscere segrete della propria madre oppure ancor prima? Prima di avere occhi, naso, bocca e gambe, ancor prima di essere generati, scolpiti, pronti ad assumere il proprio ruolo?
Non si può tirar su un bambino. Non è un edificio. Piuttosto è come un albero. Si può preparare il terreno, annaffiarlo, controllare che il sole raggiunga la pianta per poi lasciare che la natura faccia il su corso. L’educazione umana e sociale invece crea borghesi giardini labirinto o uccide voracemente foreste. Come riconoscere, come ritrovare, come proteggere il seme originario così come era prima che venisse piantato, eco lontana del primo vagito?
Forse svegliandomi nei sogni, ripercorrendo a ritroso antichi respiri intravedo dall’altra parte dello specchio un riflesso. In un pianeta del prima, del mai, del sempre. In un luogo dell’altrove, nel tempo immobile delle fiabe. Intravedo una pallida, lunare anima solitaria, femminea, sospesa in solitaria non morte.
In acque poetiche ritrovo gli esseri della favola di Italia, abbraccio l’eroe iniziatico delle infanzie dei nonni e dei padri di questo bel paese, carezzo il seme con le mani di Turchina stanca di eterno e di verginità, tocco quella buffa bambola burattina che ero nella mia infanzia, deposto sulla sedia dalla bambina per bene disciplinata al quarto comandamento.
In un tempo appeso, in un mondo rovesciato, accolgo le voci intime, il copione sotterraneo, ultraterreno, sacro di profano, il sussurro di una reliquia che non muore mai, di una personale Fetocchia, legnosa lotta per difendere l’essenza selvaggia, perché ogni seme possa fiorire e dare frutti saporiti, non divenire quell’albero morto che è la croce.

Marzia Ercolani


FETOCCHIA

"Ho visto in una sbiadita parrucca solare
La maschera di un padre, che desidera
un altro sé giovane e funambolo.
Per banchettare a pane e vino,
si improvvisa fabbricatore di maraviglia,
di salti, danze e giramondi.
Non c’era una volta un re. Nessun lusso."





"Noi anime lunari abbiamo creduto nel mondo capovolto del velluto, del riflettore solare, delle acrobazie animalesche, degli sghignazzi liberi e fluenti, pozzo profondo di ogni antica speme, gola e lingua che tutto può dire burlona, cercando orgasmi spontanei di applausi. Romeo, romeo la tua morte illumina le loro impotenze. Non hanno orgasmi. Siamo costretti al branco o esiliati nell’autoerotismo."




 


 















foto di Carolina Damiani, Matteo Mat Nardone, Carlotta Tucciatore


 RECENSITO.IT

Marzia Ercolani e la sua fiaba sulla speranza


Lo spazio è quello cubico di Teatroinscatola, una vera e propria scatola che ha ospitato per dieci giorni, a maggio, il nuovo lavoro di Marzia Ercolani “Sono morta anche io – diari di una fetocchia d’eccezione”.

Nessun altro luogo scenico, limitato, quasi claustrofobico, avrebbe reso alla perfezione questo lavoro di ricerca su stessa, di scavo nelle profondità del pensiero, di scoperta di una risposta da donare a sé e al mondo. Tutto è equilibrato, gli oggetti di scena creano una struttura ideale e simmetrica in cui si può muovere agilmente l’unico personaggio, che accoglie in sé voci diverse. Quello di Marzia Ercolani è uno spettacolo a più strumenti che tendono in un’unica direzione, votati a creare un movimento di scossa alle coscienze, attraverso giochi infantili di parole che mutano in filastrocche. Ci mostra una realtà in cui tutto sembra morto, in cui sembra non ci sia via d’uscita, in cui solo lei è rimasta a giocarsi l’identità su un monologo puntellato di un’ironia fiabesca. Eppure no, non è sola. Attraverso la creazione di un ponte tra realtà e fantasia, tra quotidianità e fiaba, permette di vedere con più chiarezza quelle tensioni che legano alla resistenza. Perché in un mondo di sgretolamento e di sofferenza non si può fare altro che resistere. E lei lo ribadisce, con forza, con dolore, cerca di mostrare la realtà di branco a cui tutti siamo destinati, se non si reagisce. “L’idiozia è sempre in agguato”, dice. Ci mette in guardia sul rischio di rimanere catturati nei meccanismi superficiali di passatempo, sulle piccole mancanze quotidiane che diventano con facilità un progetto di vita. Si ascolta, silenziosamente e non senza imbarazzo. Si muove in una vita sofferta e sofferente che accetta e vuole condividere con tutti gli occhi che sono lì a guardarla. Per scoprire la sua grande speranza: “In questa casa sono tutti morti. Tranne uno. Che non muore mai. Se facciamo silenzio, forse ancora lo possiamo udire”. Claudia Quaglieri

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Da attrice a drammaturga: il teatro secondo Marzia Ercolani

Intervista:

“Un sogno onirico”. Così Marzia Ercolani, attrice, poetessa, autrice, descrive “Sono morta anche io – testamento turchino di una fetocchia d’eccezione”, testo con il quale si affaccia al mondo della drammaturgia.

Portato in scena al Teatroinscatola di Roma dall’8 al 13 maggio, lo spettacolo è il racconto di un viaggio, alla ricerca di un essere umano puro, non ancora contaminato dalle imposizioni familiari e dalle costrizioni sociali.

Artista capace di rinnovarsi, mai stanca dello studio e della sperimentazione, Marzia Ercolani ci ha rivelato con grande entusiasmo la nascita di questo progetto teatrale, attraversato dalla poesia, affollato di creature fiabesche e segnato da drammi infantili.

“Dopo tanti anni di totale dedizione alla compagnia Triangolo Scaleno, ho deciso di rendermi indipendente e di dedicarmi al primo lavoro scritto e interpretato da me. È prodotto da Atto Nomade, l’associazione che io e la mia socia, Elena Tenga, abbiamo fondato lo scorso dicembre”.



Lo spettacolo è andato in scena a maggio ma la drammaturgia è stata presentata un paio di mesi fa nell’ambito dei “Quaderni di scena”, incontri organizzati dal Teatro di Roma. Vuole parlarcene?

“È stata Lucia Calamaro, che conosceva le mie poesie e ha letto brani della drammaturgia, a proporre il lavoro all’attenzione di Attilio Scarpellini, che mi ha dato la possibilità di presentare il testo”.



Com’è nata l’idea dello spettacolo?



“Studio da anni il tema trattato in scena, cioè l’educazione come prima forma di potere. Sono partita dai testi della psicanalista polacca Alice Miller, in particolare “Il dramma del bambino dotato e la vera ricerca del sé”, che parla del dolore prenatale, della violenza psicologica”.



Personaggi collodiani, riferimenti biblici, spunti shakespeariani. Tanti sono i libri e gli autori dai quali ha preso ispirazione.

“Da Collodi ho preso l’ambientazione e una sola frase, “Sono morta anche io”. È quello che la bambina dai capelli turchini dice a Pinocchio durante il loro primo incontro. Il mio è un lavoro autobiografico, ma ho cercato di superare il piano personale per rendere tutto condivisibile. Pinocchio è un viaggio iniziatico, impregnato di esoterismo, carico di riferimenti, anche biblici. Un libro potente, altrimenti Carmelo Bene non gli avrebbe dedicato trent’anni della sua vita”.



Ha parlato di vicenda personale. Ma la storia privata è inserita in un contesto più ampio, sociale, culturale, religioso.

“La mia riflessione coinvolge la società occidentale, cattolica, la cultura gerontocratica del nostro paese, il sacrificio del figlio per il padre. E il paese dei balocchi non è forse il Teatro, quello in cui si muovono gli asini, i buffoni?”



Una critica al sistema teatrale, dunque.

“Voglio parlare di un mestiere non riconosciuto ma anche della scuola che non funziona. E di quel burattino, non ancora bambino per bene, e per questo libero. Il mio è un viaggio alla ricerca del seme originario”.



Condividere il lavoro di scena con una compagnia, significa avere un confronto costante. In questi mesi di prove solitarie, ha avuto dei momenti di sconforto?

“Molti. Non ha vita facile, oggi, un'artista indipendente. All’inizio mi riprendevo con la telecamera per guardarmi, ma ho avuto anche il confronto. Con Alessandra Cristiani, danzatrice butoh, che mi ha aiutato a lavorare per immagini, con Fiora Blasi, attrice dal gusto clownesco, che mi ha seguito per tutto il percorso. Devo ringraziare anche Luigi Acunzo, assistente alla regia e Maria Carolina Rossini, che ha disegnato il cielo d’ispirazione vangoghiana sul quale mi muovo”.



Il pubblico come ha percepito lo spettacolo? Tutti i riferimenti, i sottotesti, sono stati compresi?

“Il tema dell’infanzia è quello più percepito, quello che suscita più tenerezza. Non ho la pretesa che sia tutto compreso, è come nelle fiabe, ci sono molti livelli. Mi piacerebbe una platea di sconosciuti, ma non potrei fare a meno del pubblico di amici e addetti ai lavori. Vorrei uno spazio più grande, con le gradinate, ma sono molto riconoscente a chi mi ha ospitato, dall’Ex Lavanderia, dove ho provato, al Teatroinscatola, dove ho messo in scena lo spettacolo. In fondo il teatro altro non è che l’incontro tra una storia che si racconta e gli spettatori”.



Rossella Porcheddu

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DAL LETAME NASCONO I FIOR - scritto e diretto da Marzia Ercolani

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