MUNNE - 'O MUNNO DIFFERENTE

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MUNNE - 'O MUNNO DIFFERENTE
foto di Matteo Nardone

martedì 22 aprile 2014

5 - 6 giugno SONO MORTA ANCHE IO - TEATRO FURIO CAMILLO







 presenta


SONO MORTA ANCHE IO
testamento turchino di una fetocchia d’eccezione

Olio su tela M.Carolina Rossini - Grafica Nicoletta Colarusso


di e con

MARZIA ERCOLANI 

5 - 6 giugno ore 21 
Teatro Furio Camillo 
via Camilla 44



DRAMMATURGIA E REGIA

Marzia Ercolani



ASSISTENTI ALLA REGIA

Luigi Acunzo



COLLABORAZIONE ARTISTICA

Fiora Blasi

Alessandra Cristiani

Maria Carolina Rossini



Tutto l’amore che si era conquistato con tanta fatica a prezzo di

rinunciare ad esprimere se stesso non riguardava affatto l’individuo

che era in realtà. L’ammirazione per la sua bellezza e per le sue

brillanti prestazioni era tributata alla bellezza e alle prestazioni,

non al bambino reale”     Alice Milller





Non si può tirar su un bambino. Non è un edificio. Piuttosto è come un albero. Si può preparare il terreno, annaffiarlo, controllare che il sole raggiunga la pianta. Eppure l’educazione crea architetture di giardini borghesi o uccide foreste. Sono nata strappando le viscere segrete di mia madre oppure ancor prima? Prima di avere occhi, naso, bocca e gambe, ancor prima di essere generata, scolpita, pronta a giocare il mio ruolo?

Come riconoscere e salvare il seme, così come era prima che venisse piantato, l’eco lontana del primo vagito? Forse svegliandomi nei sogni, ripercorrendo respiri intravedo dall’altra parte dello specchio un riflesso. In un pianeta del prima, del mai, del sempre. In un luogo dell’altrove, nel tempo immobile delle fiabe. In acque poetiche ritrovo gli esseri della favola di Italia che fu anche la mia, abbraccio l’eroe iniziatico delle infanzie dei nonni e dei padri di questo bel paese, carezzo il seme con le mani di Turchina stanca di eterno e di verginità, tocco quel burattino buffo e misterioso che ero nella mia infanzia, deposto sulla sedia dal bambino per bene disciplinato al quarto comandamento. In un tempo appeso, in un mondo rovesciato, accolgo le voci intime, il copione sotterraneo, ultraterreno, sacro di profano, il sussurro di una reliquia che non muore mai, di una Fetocchia, semplice pezzo di legno buono per accendere il fuoco in un rigido inverno. Quel metro di legno risvegliato chissà che non contagi anche la Fata, che si levi il velo turchino e torni a respirare in terra, ad onorare se stessa.

Marzia Ercolani







FETOCCHIA

Ho visto in una sbiadita parrucca solare
La maschera di un padre, che desidera

un altro sé giovane e funambolo.
Per banchettare a pane e vino,
si improvvisa fabbricatore di maraviglia,

di salti, danze e giramondi.
Non c’era una volta un re. Nessun lusso.








foto di Matteo Nardone







FETOCCHIA:

“Ti sento ridere. Che risata turchina!

Ecco mia fata, faccio capriole, mi vedi?

Sono il tuo spettacolo giornaliero.

Il mio naso ti cerca, si allunga.

Tanto è più grande la distanza da te,

tanto più cresce per sniffarti il cuore”






foto di Carlotta Tucciarone













Critiche 


RECENSITO.IT


Marzia Ercolani e la sua fiaba sulla speranza


Nessun altro luogo scenico, limitato, quasi claustrofobico, avrebbe reso alla perfezione questo lavoro di ricerca su stessa, di scavo nelle profondità del pensiero, di scoperta di una risposta da donare a sé e al mondo. Tutto è equilibrato, gli oggetti di scena creano una struttura ideale e simmetrica in cui si può muovere agilmente l’unico personaggio, che accoglie in sé voci diverse. Quello di Marzia Ercolani è uno spettacolo a più strumenti che tendono in un’unica direzione, votati a creare un movimento di scossa alle coscienze, attraverso giochi infantili di parole che mutano in filastrocche. Ci mostra una realtà in cui tutto sembra morto, in cui sembra non ci sia via d’uscita, in cui solo lei è rimasta a giocarsi l’identità su un monologo puntellato di un’ironia fiabesca. Eppure no, non è sola. Attraverso la creazione di un ponte tra realtà e fantasia, tra quotidianità e fiaba, permette di vedere con più chiarezza quelle tensioni che legano alla resistenza. Perché in un mondo di sgretolamento e di sofferenza non si può fare altro che resistere. E lei lo ribadisce, con forza, con dolore, cerca di mostrare la realtà di branco a cui tutti siamo destinati, se non si reagisce. “L’idiozia è sempre in agguato”, dice. Ci mette in guardia sul rischio di rimanere catturati nei meccanismi superficiali di passatempo, sulle piccole mancanze quotidiane che diventano con facilità un progetto di vita. Si ascolta, silenziosamente e non senza imbarazzo. Si muove in una vita sofferta e sofferente che accetta e vuole condividere con tutti gli occhi che sono lì a guardarla. Per scoprire la sua grande speranza: “In questa casa sono tutti morti. Tranne uno. Che non muore mai. Se facciamo silenzio, forse ancora lo possiamo udire”.  Claudia Quaglieri

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‎"Sono morta anch'io" ci ha obbligato a ripercorrere attraverso un faticoso ma necessario sforzo mentale ( metafora dello stress del parto? ) gli angusti spazi dimenticati della nostra crescita. Il labirinto che la nostra psiche ha dovuto attraversare senza guida sin dai primi vagiti fino alla venuta al mondo del nostro essere cosciente. La forma della nostra anima, della nostra personalità è simile a quella di un albero cresciuto sotto la spinta del vento della cultura. Ma come sarebbe stata la forma con un vento diverso? O come in assenza di esso? Quale la pura, la vera natura? I nostri primi movimenti assomigliano quelli di un burattino legato a fili invisibili mossi da arcani maestri, che spesso ci hanno impartito movimenti goffi, insicuri e sgraziati. Obbligati a nuotare nel mare della vita, profondo, oscuro, sacro e insondabile senza alcun salvagente, senza nessun faro. Costretti a nuotare da soli in balia di una cultura che spesso si contraddice auto delegittimata sin dalle prime infantili riflessioni provocando uno stato di ebrezza in cui si confondono bene e male, bello e brutto, giusto e sbagliato. Nel labirinto complicato dei ricordi di infanzia abbiamo ritrovato le cause della nostra stessa morte. Siamo stati fatti! Formati! "babbo non ho le orecchie" e condannati nel giorno del nostro battesimo! L'abbandono è poi inevitabile. Il distacco. L'incomunicabilità è subito costruita da strati di menzogne, che seppelliscono le nostre emozioni pure e sfrenate come il gioco incontrollato dei bambini. Non sono i bambini a mentire essi si difendono dalle nostre bugie. Una recitazione profonda. Brava.  Tommaso Fersini
   








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DAL LETAME NASCONO I FIOR - scritto e diretto da Marzia Ercolani

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