MUNNE - 'O MUNNO DIFFERENTE

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foto di Matteo Nardone

sabato 21 giugno 2014

SONO MORTA ANCHE IO - 20 LUGLIO - AD ARTE - CALCATA TEATROCINEFESTIVAL









Luigi Acunzo

DRAMMATURGIA E REGIA
Marzia Ercolani

COLLABORAZIONE ARTISTICA
Fiora Blasi
Alessandra Cristiani
Elena Tenga

OLIO SU TELA
Maria Carolina Rossini

“Tutto l’amore che si era conquistato con tanta fatica a prezzo di
rinunciare ad esprimere se stesso non riguardava affatto l’individuo
che era in realtà. L’ammirazione per la sua bellezza e per le sue
brillanti prestazioni era tributata alla bellezza e alle prestazioni,
non al bambino reale”     Alice Milller


Non si può tirar su un bambino. Non è un edificio. Piuttosto è come un albero. Si può preparare il terreno, annaffiarlo, controllare che il sole raggiunga la pianta. Eppure l’educazione crea architetture di giardini borghesi o uccide foreste. Sono nata strappando le viscere segrete di mia madre oppure ancor prima? Prima di avere occhi, naso, bocca e gambe, ancor prima di essere generata, scolpita, pronta a giocare il mio ruolo?
Come riconoscere e salvare il seme, così come era prima che venisse piantato, l’eco lontana del primo vagito? Forse svegliandomi nei sogni, ripercorrendo respiri intravedo dall’altra parte dello specchio un riflesso. In un pianeta del prima, del mai, del sempre. In un luogo dell’altrove, nel tempo immobile delle fiabe. In acque poetiche ritrovo gli esseri della favola di Italia che fu anche la mia, abbraccio l’eroe iniziatico delle infanzie dei nonni e dei padri di questo bel paese, carezzo il seme con le mani di Turchina stanca di eterno e di verginità, tocco quel burattino buffo e misterioso che ero nella mia infanzia, deposto sulla sedia dal bambino per bene disciplinato al quarto comandamento. In un tempo appeso, in un mondo rovesciato, accolgo le voci intime, il copione sotterraneo, ultraterreno, sacro di profano, il sussurro di una reliquia che non muore mai, di una Fetocchia, semplice pezzo di legno buono per accendere il fuoco in un rigido inverno. Quel metro di legno risvegliato chissà che non contagi anche la Fata, che si levi il velo turchino e torni a respirare in terra, ad onorare se stessa.
Marzia Ercolani



FETOCCHIA
Ho visto in una sbiadita parrucca solare
La maschera di un padre, che desidera
un altro sé giovane e funambolo.
Per banchettare a pane e vino,
si improvvisa fabbricatore di maraviglia,
di salti, danze e giramondi.
Non c’era una volta un re. Nessun lusso.

FETOCCHIA

“Ti sento ridere. Che risata turchina!
Ecco mia fata, faccio capriole, mi vedi?
Sono il tuo spettacolo giornaliero.
Il mio naso ti cerca, si allunga.
Tanto è più grande la distanza da te,
tanto più cresce per sniffarti il cuore”



RASSEGNA STAMPA – INTERVISTE
RECENSITO.IT
Marzia Ercolani e la sua fiaba sulla speranza
21 05 2012 (Teatro / Visti da noi)
Lo spazio è quello cubico di Teatroinscatola, una vera e propria scatola che ha ospitato per dieci giorni, a maggio, il nuovo lavoro di Marzia Ercolani “Sono morta anche io – diari di una fetocchia d’eccezione”. Nessun altro luogo scenico, limitato, quasi claustrofobico, avrebbe reso alla perfezione questo lavoro di ricerca su stessa, di scavo nelle profondità del pensiero, di scoperta di una risposta da donare a sé e al mondo. Tutto è equilibrato, gli oggetti di scena creano una struttura ideale e simmetrica in cui si può muovere agilmente l’unico personaggio, che accoglie in sé voci diverse. Quello di Marzia Ercolani è uno spettacolo a più strumenti che tendono in un’unica direzione, votati a creare un movimento di scossa alle coscienze, attraverso giochi infantili di parole che mutano in filastrocche. Ci mostra una realtà in cui tutto sembra morto, in cui sembra non ci sia via d’uscita, in cui solo lei è rimasta a giocarsi l’identità su un monologo puntellato di un’ironia fiabesca. Eppure no, non è sola. Attraverso la creazione di un ponte tra realtà e fantasia, tra quotidianità e fiaba, permette di vedere con più chiarezza quelle tensioni che legano alla resistenza. Perché in un mondo di sgretolamento e di sofferenza non si può fare altro che resistere. E lei lo ribadisce, con forza, con dolore, cerca di mostrare la realtà di branco a cui tutti siamo destinati, se non si reagisce. “L’idiozia è sempre in agguato”, dice. Ci mette in guardia sul rischio di rimanere catturati nei meccanismi superficiali di passatempo, sulle piccole mancanze quotidiane che diventano con facilità un progetto di vita. Si ascolta, silenziosamente e non senza imbarazzo. Si muove in una vita sofferta e sofferente che accetta e vuole condividere con tutti gli occhi che sono lì a guardarla. Per scoprire la sua grande speranza: “In questa casa sono tutti morti. Tranne uno. Che non muore mai. Se facciamo silenzio, forse ancora lo possiamo udire”.  Claudia Quaglieri
"Sono morta anch'io" ci ha obbligato a ripercorrere attraverso un faticoso ma necessario sforzo mentale ( metafora dello stress del parto? ) gli angusti spazi dimenticati della nostra crescita. Il labirinto che la nostra psiche ha dovuto attraversare senza guida sin dai primi vagiti fino alla venuta al mondo del nostro essere cosciente. La forma della nostra anima, della nostra personalità è simile a quella di un albero cresciuto sotto la spinta del vento della cultura. Ma come sarebbe stata la forma con un vento diverso? O come in assenza di esso? Quale la pura, la vera natura? I nostri primi movimenti assomigliano quelli di un burattino legato a fili invisibili mossi da arcani maestri, che spesso ci hanno impartito movimenti goffi, insicuri e sgraziati. Obbligati a nuotare nel mare della vita, profondo, oscuro, sacro e insondabile senza alcun salvagente, senza nessun faro. Costretti a nuotare da soli in balia di una cultura che spesso si contraddice auto delegittimata sin dalle prime infantili riflessioni provocando uno stato di ebrezza in cui si confondono bene e male, bello e brutto, giusto e sbagliato. Nel labirinto complicato dei ricordi di infanzia abbiamo ritrovato le cause della nostra stessa morte. Siamo stati fatti! Formati! "babbo non ho le orecchie" e condannati nel giorno del nostro battesimo! L'abbandono è poi inevitabile. Il distacco. L'incomunicabilità è subito costruita da strati di menzogne, che seppelliscono le nostre emozioni pure e sfrenate come il gioco incontrollato dei bambini. Non sono i bambini a mentire essi si difendono dalle nostre bugie. Una recitazione profonda. Brava.  Tommaso Fersini

SONO MORTA ANCH’IO: il testamento turchino di Marzia Ercolani una Fetocchia d’eccezione -  di Susanna Casubolo  per  “Roma che verrà”


“SONO MORTA ANCHE IO – Testamento turchino di una Fetocchia d’eccezione”, nasce da una riflessione sulla qualità dell’infanzia, sul mondo del bambino, sull’educazione come forma di potere, sulla cultura di matrice cattolica basata sul sacrificio dei figli, crocifissi dai padri, sul quarto comandamento biblico che impone di onorare padre e madre a prescindere, cultura che produce da secoli, specialmente nel nostro bel paese, una società gerontocratica. Uno scenario di fiaba, un luogo del possibile e dell’epico circonda l’attrice, anche autrice e regista, nel suo monologo. Le fiabe non sono solo per bambini: sono per i bambini che saranno adulti e per gli adulti che sono stati bambini.
“Quando lavoro per il teatro preferisco creare esseri clowneschi, fiabeschi o grotteschi maschere immensamente portatrici di una sintesi umana, di una purezza nel bene e nel male, uniche che mi sembrano adatte ad agire e dar voce al mio linguaggio drammaturgico – spiega l’autrice Marzia Ercolani – Questo lavoro è stato ispirato anche dalla lettura di numerosi libri scritti dalla psicolanalista Alice Miller. Indagando il tema del bambino dotato e della perdita del sé è affiorata la grande avventura italica di Pinocchio. Non mi interessava rimettere in scena le parole di Collodi, ma prenderne a prestito alcuni schemi come il sacrificio dell’istinto originario del figlio per diventare “una bambino vero” e la collusione con la sacra famiglia (Geppetto, diminutivo di Giuseppe, è falegname, la Fatina turchina una Vergine Maria illibata, l’asino simbolo di Cristo). Così ho inserito la mia drammaturgia in un gioco collodiano, ponendo il mio sguardo su essa da altri scorci. Scelgo la bambina dai capelli turchini ancora non donna. Scelgo quel burattino abbandonato sulla sedia alla fine della fiaba. E li faccio rinascere, muovendosi in un altro tempo, un prima, un dopo, un mai, un sempre”.
Così nasce Fetocchia (un feto collodiano) per raccontare il bisogno di salvaguardare il seme originario di ognuno di noi, il seme puro, non ancora concimato dall’educazione, dalla morale, dal senso del dovere non personale ma imposto dal buon senso comune.
“Personalmente non sono cattolica credente. Credo nell’universo, nella natura, nell’anima sana, onesta, pura, nel rispetto, nell’amore – continua l’autrice – la mia speranza conclusiva è che si possa credere in noi stessi, che si possa conoscere e riconoscere la nostra essenza originaria e pura. Non credo che il rispetto, l’amore, il limite del proprio ego possa essere insegnato con l’obbedienza, il sacrificio e il martirio. Così al massimo si educano seguaci, figli eterni, martiri, padroni, e per contrasto, ribelli o eremiti. La scelta più difficile da portare in scena è stata quella di non scrivere una trama drammaturgica vera e propria ma di sguazzare nel mare collodiano assieme al mio stile personale potando tutto ciò che poteva essere eccessivamente logico e consequenziale. Non amo spiegare allo spettatore, aiutarlo in ogni passaggio, come non desidero metterlo in difficoltà. Cerco solo di averne rispetto e di lasciare a lui spazio di emozione e riflessione. Non mi interessa che lo spettatore capisca con la logica. Spero che senta con il cuore, con le viscere. E che possa riempire la sua percezione di soggettive considerazioni, di connessioni personali, di emozioni illogiche. Che possa essere attivo e creativo assieme a me. Se nello spettatore si accenderà una curiosità, mi auguro che sia una curiosità verso l’origine di se stesso, verso quell’istinto antico e sgambettante, vitale, ingenuo, vivace, credulone, giocoso che troppo spesso viene dimenticato. Se tutti ne avessimo cura, forse saremmo adulti più maturi e veri”.





 




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DAL LETAME NASCONO I FIOR - scritto e diretto da Marzia Ercolani

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