MUNNE - 'O MUNNO DIFFERENTE

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foto di Matteo Nardone

domenica 27 luglio 2014

Recensione di Daniele Rizzo su SONO MORTA ANCHE IO

 SONO MORTA ANCHE IO

SPETTACOLO DI CHIUSURA DELLA PRIMA EDIZIONE DI "AD ARTE - CINETEATROFESTIVAL CALCATA"






La chiusura di questa prima edizione di Ad Arte 2014 – TeatroCineFestival è affidato a Sono Morta Anche Io al Teatro Greco, la cui apertura e restituzione alla collettività rappresenta di certo uno dei maggiori meriti di Igor Mattei e Marina Biondi.
Lo spettacolo è una variazione sul tema dell’educazione e sulla natura alienate di una didattica intesa in senso normativo e punitivo. Non a caso il protagonista è un ibrido che richiama contemporaneamente Pinocchio e «la bambina coi capelli turchini e il viso bianco come un’immagine di cera», Lucignolo e il Pierrot lunaire di schönberghiana memoria che vive emotivamente esasperato, melanconico e romantico, angosciato e grottesco.
Accanto all’esplicito naso di legno, sono diverse le immagini che richiamano direttamente il celebre burattino di Collodi. Dal rifiuto di una medicina (che, amara, la Fata turchina riuscirà a fargli prendere sotto minaccia della morte) ai sensi di colpa nei confronti del dolore causato agli altri. Dalla pretesa di non andare a scuola come era uso fare al Paese dei Balocchi, fino alla splendida citazione «Romeo, Romeo la tua morte illumina le loro impotenze».
Un riferimento al figlio dei Montecchi e al vero nome dello scapestrato compagno di giochi di Pinocchio, potentemente ambiguo e che raggiunge un duplice obiettivo, attraverso un testo che somiglia tanto a un flusso di in-coscienza e che riprende tesi della psichiatra americana Alice Miller. Il primo, quello di stigmatizzare una pseudo-morale civica nata all’insegna dell’«onora il padre e la madre». Il secondo, di intaccare l’ideale di amore/obbedienza assoluto al quale le discipline pedagogiche hanno finito per omologare ogni manifestazione di affettività, per esempio, tra genitori e figli.
Tuttavia, pur ritrovando a posteriori diversi spunti in sintonia con questa intenzione, l’idea che l’educazione e le istituzioni pubbliche e private a essa preposte siano dispositivi coercitivi di potere e cultura non sembra emergere con la voluta precisione. Più che la psicologia inconscia di imposizioni morali che, aspirando all’oggettività, finiscono per mortificare le reali individualità, si manifesta visivamente e ideologicamente una narrazione metateatrale e umanistica, dunque di carattere più generale.
Sintetizzato nella richiesta «posso morire anche io?», il riferimento è quasi dichiaratamente esistenzialistico. L’ineluttabile che rende vana  ogni passione, il nulla che condanna l’essere venuto al mondo, la morte come possibilità necessaria sono ossimori solo in apparenza perché forme reali di una, l’unica, oggettività che accomuna ogni essere vivente.
Temi che dalla metà del novecento caratterizzano la speculazione filosofica e la pratica psicoterapeutica, ormai entrambe legate alla prospettiva della cura e non della guarigione. Un termine – quello della cura – tremendamente ambiguo, risalente allo splendido mito romano sull’origine della vita, e che esprime la relazione dell’esserci (l’umano vivente) con il niente ontologico che ogni uomo e donna destina (letteralmente) a sé, agli altri e al mondo.
Queste che possono sembrare astruse e astratte complicazioni hanno, invece, avuto conseguenze molto concrete. Per esempio, la demolizione dell’idea secondo la quale la farmacologia rappresenti la soluzione dei problemi psicologici e comportamentali. Problemi, oggi interpretati quali risposte coerenti pur disfunzionali del malato al proprio Mondo di appartenenza e a quei rimandi di significato che il potere ha definito folli perché alternativi al sistema.
Visto sotto l’ottica di questo ribaltamento di prospettiva, il disturbo mentale non va represso perché non è una questione di ordine sociale. Non è origine di comportamenti inaccettabili, quanto esito di una ansia di anticonformismo rispetto a  una omologazione cha ha espulso dall’alveo della normalità quanto di materialmente inutile o minaccioso per la collettività dominante. Dunque, problema da affrontare permettendo al soggetto in questione di riprogettarsi con a disposizione un contesto inclusivo, nel quale avere assicurata la libera espressione della propria singolarità.
Sono morta anche io sembra allora affrontare questioni di carattere più generale rispetto al target, patendo in questo senso un caos scenico in larga parte comunque voluto e ben gestito dalla sua interprete.
Un disordine che rappresenta, dunque, più che processi di liberazione onirica e inconscia, quel margine su cui lavorare per far rendere al meglio questo spettacolo. Giustamente ambizioso nel decostruire quello che è uno degli nodi cruciali della società contemporanea: la funzione di liberazione oltre l’emancipazione che l’istruzione dovrebbe avere, ma che spesso, impossibile negarlo, non ha.
Uno spettacolo di chiusura, da applausi soprattutto per l’ottima performance di Marzia Ercolani, che con il suo finale aperto e di speranza lancia l’assist ideale per una attesa prossima edizione di Ad Arte – TeatroCineFestival.

Daniele Rizzo - caporedattore teatro.persinsala.it


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DAL LETAME NASCONO I FIOR - scritto e diretto da Marzia Ercolani

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